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MERCOLEDÌ 9 GENNAIO 2019 - NEWS

KOUAME, DALL'AFRICA AL SOGNO NAPOLI: «E NESSUNO VOLEVA PRENDERLO»


Il racconto del presidente del Prato, Paolo Toccafondi


 
     
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A cura di: Myriam Novità
Fonte: ilmattino.it

«Me lo rimandavano tutti indietro: prima il Sassuolo e poi l'Inter. Pochi mesi e via. Lo proposi anche alla Juve ma mi dissero che non era per loro. Ma io sapevo che quel ragazzo ne aveva di qualità». Paolo Toccafondi, presidente del Prato, non è sorpreso neppure dal prezzo: «Io l'ho venduto per poco al Cittadella, il grande colpo lo hanno fatto loro». Aveva appena 13 anni quando lo ha scoperto in Costa D'Avorio, su un campo di Abidjan, una popolosa città ivoriana dove ha anche sede l'accademia del calcio locale. Kouame fa parte di una nidiata di ragazzini che Toccafondi decide di sottoporre a un provino. Era con il suo socio ed ex calciatore Akassou e rimase colpito dal piccolo Christian che ha portato in Toscana al termine di quel test. A Prato ha una seconda casa, tant'è che proprio a Capodanno è tornato per festeggiare le feste con i suoi vecchi amici. Prato è anche la città di Cristiano Giuntoli che dunque è da un bel po' di tempo che ha sentito parlare di questo piccolo gioiello del calcio africano che ha ovviamente Eto'o come idolo.

21 anni a dicembre e da settembre è papà. Il figlio è nato mentre lui scendeva in campo contro il Bologna, di domenica. Perché i gol più belli un attaccante non può che farli in un giorno di festa. «Sono entrato in campo e mi sembrava di volare. Di solito vado a mille all'ora, quella volta andavo a duemila. Alla fine ho fatto la doccia in due minuti, sono andato via subito dallo stadio. Di corsa a Parigi, dal mio Michael Joah e dalla mia compagna», ha raccontato in lacrime. In serie A ha segnato solo tre reti e ogni volta ha festeggiato imitando un gruppo musicale della Costa d'Avorio. Lì nel Genoa ha trovato l'ambiente ideale per completarsi: perché il club di Preziosi è una macchina perfetta in termini di organizzazione societaria.

Ovvio, crescere in Costa d'Avorio non deve essere stato semplice. Giocava con la maglia di Maradona per le vie di Abidjan e per il padre la cosa più importante era lo studio. Prima di partire per l'Italia c'era una finale di quartiere che il ragazzino voleva giocare a tutti i costi. Il padre s'impuntò e gli vietò di giocarla, per timore che si potesse far male. Al campo ci andò di nascosto. E quando tornò aveva la coppa in mano.